Ecco la carne che arriva sulle nostre tavole: Ci avvelenano con la ‘fettina’ all’antibiotico !!

La carne che finisce sulle nostre tavole: ragazzi, questi ci avvelenano con la ‘fettina’ all’antibiotico!

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Prosegue il nostro ‘viaggio’ nel mondo degli allevamenti della carne. Per scoprire che gli animali non vengono solo allevati in spazi angusti, ma vengono anche alimentati male, spesso con gli scarti dell’agro-industria. Se a questo aggiungiamo una selezione genetica irrazionale, il malessere degli animali è assicurato. Così, per ‘curarli’, li riempono di antibiotici (l’Italia è al terzo posto in Europa per consumo di antibiotici). Gliene danno così tanti, di antibiotici, che, a un certo punto, i batteri diventano resistenti. Così questi batteri resistenti agli antibiotici colpiscono l’uomo, E allora…

Ogni anno, in Italia, un numero di persone che va da 5 mila a 7 mila muore per fenomeni legati alla resistenza dei batteri agli antibiotici. Un fenomeno in espansione che preoccupa. Sapete perché avviene tutto questo? Perché gli animali da carne vengono rimpinzati di antibiotici. Si  crea, così, la resistenza agli antibiotici da parte di alcuni batteri. Resistenza agli antibiotici che, dagli animali, si trasferisce all’uomo. Un trasferimento che avviene mangiando la carne.

Che fare davanti a un problema che non trova la giusta attenzione da parte dei media? Le strade non sono molte: o diventiamo tutti vegani, o cambiamo, radicalmente, il modo di allevare gli animali.

Questo è il tema che trattiamo oggi nella seconda puntata del nostro ‘viaggio’ nel mondo degli allevamenti da carne della Sicilia.

Se nella prima puntata (che potete leggere qui) abbiamo provato a inquadrare un tema molto complesso, segnalando l’irrazionalità di un sistema in cui il 70% degli allevamenti di animali da carne si concentra nella Pianura Padana, a fronte di un consumo che, per il 65-70%, si localizza nel Sud Italia (è la solita questione del Mezzogiorno che l’Italia continua a considerare solo un mercato di consumo), oggi proviamo ad affrontare una questione molto grave che viene quasi del tutto ignorata: i problemi che possono insorgere mangiando carne allevata in modo errato.

Che cibo si dà agli animali che poi diventano la carne che finisce nelle tavole di milioni di italiani? In buona parte questi animali – soprattutto nelle aree del Nord del nostro Paese – vengono alimentati con sottoprodotti di scarto dell’industria. Ovviamente, gli industriali fanno bingo, perché invece di acquistare i prodotti dell’agricoltura come granaglie, orzo, avena, mais, farine e via continuando, utilizzano, come già ricordato, scarti dell’industria agro-alimentare.

Il risultato è che gli animali sono costretti a vivere con turbe digestive. Se a questo aggiungiamo le pessime condizioni in cui vengono fatti vivere (ci riferiamo agli spazi angusti degli allevamenti intensivi) e una selezione genetica che ne aumenta la produttività di carne, rendendo fragile, però, il loro sistema immunitario, ecco che un uso spropositato di antibiotici diventa quasi una necessità.

E’ stato calcolato che agli animali allevati nel nostro Paese viene somministrato il 71% degli antibiotici venduti in Italia! Il dato lascia di stucco.

“Una percentuale – si legge su il Salvagente Test, mensile dei diritti dei consumatori e delle scelte (qui potete leggere l’articolo per esteso) che piazza l’Italia al terzo posto in Europa per consumo di antibiotici destinati agli animali da allevamento, dopo Spagna e Cipro, e che supera di tre volte il consumo della Francia e di cinque quello del Regno Unito. Le conseguenze che si riflettono sulla salute delle persone sono allarmanti. Secondo dati raccolti da SIMIT (Società Italiana di Malattie Infettive e Tropicali) muoiono ogni anno in Italia per antibiotico resistenza le 5.000 e le 7.000 persone”.

Interessante, no? Il servizio sanitario nazionale è impegnato a ridurre il consumo di antibiotici. Perché, dicono, se ne fa un abuso e, soprattutto, per fare risparmiare il nostro Paese. Poi, però, gli antibiotici che non prendiamo direttamente, lo assorbiamo mangiando la carne! In questo caso, però, il Governo nazionale non fa niente per ridurre tale fenomeno.

Che fare? L’indicazione è una: togliere gli antibiotici dall’alimentazione degli animali. Tornando ad alimentarli non con gli scarti dell’industria agro-alimentare, ma con i prodotti di un’agricoltura sana. E qui il problema di una cerealicoltura impostata su criteri corretti si lega a doppio filo a una zootecnia da carne pulita.

Che significa questo? Che alimentare gli animali da carne (ma il discorso è identico per gli animali da latte) con grano e, in generale, con cereali che contengono pesticidi, diserbanti e micotossine può solo aggravare il problema.

Su questo blog abbiamo parlato dei problemi provocati dal grano duro canadese che arriva con le navi, grano che contiene il glifosato (o gliphosate) e, soprattutto, le micotossine(come potete leggere qui). Il problema si pone anche per il mais, molto utilizzato per i cosiddetti ‘insilati’: ovvero il mais conservato nei silos e utilizzato per l’alimentazione dei bovini.

Ebbene, il mais, se coltivato e conservato male, può sviluppare le aflatossine, che sono addirittura più pericolose delle micotossine del grano (qui potete leggere un articolo sulle aflatossine del mais).

Detto questo, ci dobbiamo chiedere: cosa c’è dietro il ricorso smodato agli antibiotici da parte degli allevatori? Non dobbiamo dimenticare che, spesso, dietro la crescita della domanda di un prodotto – in questo caso degli antibiotici – ci sono gli interessi di chi li produce.

Di questo ne sono perfettamente al corrente gli uffici dell’Unione Europea, che conoscono anche molto bene i problemi che l’uso di antibiotici nella zootecnia sta creando. Da qui la spinta dell’Unione per una riduzione degli antibiotici. In affetti, in alcuni Paesi europei il consumo degli antibiotici negli allevamenti è in diminuzione. Ma questa riduzione, in Italia, è molto lenta, forse perché gli interessi in ballo sono tanti.

Che fare, allora, di fronte a un problema serio?

Il primo rimedio potrebbe essere il ritorno al “chilometro zero” anche per i consumi di carne. Perché le popolazioni del Sud Italia debbono mangiare la carne prodotta nella Pianura Padana? Insomma, una prima risposta potrebbe essere quella di cercare – cosa però non facile, perché le frodi sono sempre dietro l’angolo – di acquistare carne locale.

Ma questo non basta. Scusate se noi ci torniamo spesso, ma anche per la carne – come per la pasta, per il pane, per l’olio extra vergine di oliva – non sono importanti i marchi e le varie Indicazioni geografiche: quello che è importante nei prodotti non sono ciò che c’è eventualmente scritto nelle etichette (che in alcuni casi raccontano il falso), ma quello che ‘contiene’ il prodotto che finisce sulle nostre tavole.

Insomma, come per a pasta, anche per la carne servono i controlli fatti da autorità ‘terze’ rispetto a chi le produce.

A chiusura del nostro ragionamento apriamo un capitolo che riguarda gli allevamenti diconigli, che sono molto importanti per le tradizioni di alcune regioni del Sud Italia, segnatamente Campania, Puglia e Sicilia. Anche in questo segmento della zootecnia italiana, neanche a dirlo, si sono ‘infilate’ le solite multinazionali per proporre soluzioni che aggravano i costi dei produttori, non risolvono i problemi dei consumatori e servono soltanto a fare guadagnare un sacco di soldi agli industriali.

Vediamo che sta succedendo in questo segmento della zootecnia italiana. Fino ad oggi nessuno si è preoccupato di esportare conigli all’estero. Nei giorni scorsi, a Roma, si è tenuta una riunione tra animalisti e industriali. Già il connubio deve fare riflettere 8in genere gli animalisti non si accompagnano a chi vuole guadagnare sugli animali da carne!).
All’improvviso qualche sedicente multinazionale italiana, che ha già inventato le cosiddette gabbie benessere, a suo piacimento e senza nessuna linea di benessere ufficiale, si sta ora inventando le gabbie a parchetto perché all’estero, ha fatto sapere, i conigli pesanti verrebbero allevati così.
Peccato che Francia, Spagna e Ungheria – Paesi dove non mancano certo gli allevamenti di conigli che vengono esportati senza problemi – gli allevamenti non hanno le gabbie a parchetti.
P.S.
Come potete notare, invece di occuparsi del problema degli antibiotici negli allevamenti – problema grave – in Italia si dà spazio a chi cerca di speculare! Torneremo sulla questione dei conigli, che riguarda il Sud Italia. E lo faremo con un approfondimento.  
fonte: http://www.inuovivespri.it/2016/11/01/la-carne-che-finisce-sulle-nostre-tavole-ragazzi-questi-ci-avvelenano-con-la-fettina-allantibiotico/
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