Ecco cosa si nasconde dietro l’olio di palma: sfruttamento minorile e violazione dei diritti umani

Il nuovo rapporto ‘The Great palm oil’ mostra il grande scandalo che si nasconde dietro l’olio di palma usato in moltissimi prodotti non solo alimentari, che ogni giorno arrivano nelle nostre case.

Dunque, alla già gravissima situazione legata alla deforestazione e il conseguente stillicidio di habitat naturali che causano la morte di numerosi animali, in primis gli oranghi, si va ad aggiungere la dinamica dello sfruttamento del lavoro minorile e non solo.

Amnesty International ha intervistato 120 lavoratori all’interno all’interno delle piantagioni e delle raffinerie Wilmar: il gruppo di Singapore che controlla il 43% del mercato globale e rifornisce marchi come AFAMSA, ADM , Colgate-Palmolive, Elevance, Kellogg, Nestlé, Procter & Gamble, Reckitt Benckiser e Unilever.

Tutti marchi che pubblicizzano lo slogan di utilizzare olio di palma sostenibile, che come vi abbiamo più volte ribadito non esiste.

“I nostri risultati mostrano quello che già sapevamo ovvero che l’olio di palma tutto è tranne che sostenibile” spiega Meghna Abramo, ricercatore senior presso Amnesty International.

E’ come se si vivesse in grande bluff in cui le multinazionali cercano di convincere i consumatori sull’eticità dell’olio di palma. Infatti, sotto accusa c’è anche la certificazione di sostenibilità RSPO, usata anche da Nutella.

“Le aziende promettono che dietro i loro prodotti non c’è alcuno sfruttamento dei lavoratori e dell’ambiente. La realtà, invece, che i brand continuano a trarre profitto da abusi terribili che abbiamo ampiamente documentato nel rapporto. I risultati dovrebbero essere un monito per tutti noi e darci una scossa, scegliendo eticamente cosa acquistare, continua Meghna.

Cosa c’è di sostenibile in un olio di palma che sfrutta il lavoro minorile e forzato?

“Gli abusi scoperti all’interno della Wilmar non sono incidenti isolati, ma sono sistemici e sono soprattutto il risultato del modo in cui l’azienda fa affari. Queste nove società fatturano oltre 325 miliardi di dollari l’anno, ma non sono in grado di fare qualcosa per assicurare ai lavoratori un trattamento meno atroce nelle piantagioni”.

Parlando con i 120 lavoratori il quadro è emerso è veramente agghiacciante.

Sfruttamento delle donne

Le donne sono costrette a lavorare sotto il sole per otto ore di fila con uno stipendio di 2.50 l’ora con la minaccia di avere un taglio nello stipendio se provano a ribellarsi a questa dinamica. Il lavoro è precario, in nero, senza pensione o assicurazione.

Una delle donne ha raccontato ad Amesty International:

“Se non finisco il mio obiettivo, mi chiedono di continuare a lavorare ma non vengo pagata per il tempo supplementare, se non lo facciamo veniamo licenziati. È un lavoro difficile, i miei piedi fanno male, le mani sono ferite e la mia schiena a pezzi dopo il lavoro”.

Sfruttamento dei bambini

I bambini lavorano al pari degli adulti, un duro lavoro fisico di raccolta nelle piantagioni che dura 8 ore al giorno. Questo implica l’abbandono della scuola della maggior parte dei bambini che spinti dalla miseria e povertà, aiutano i genitori. Hanno tra gli otto e 14 anni e trasportano sacchi anche di 25 kg.

“Aiuto mio padre ogni giorno da circa due anni e ho dovuto lasciare la scuola. Mi alzo ogni giorno alle sei per raccogliere i frutti di palma. Mi dispiace non vedere più i miei compagni, volevo diventare un insegnate”, spiega un bambino ad Amnesty.



Condizione dei lavoratori

I lavoratori hanno problemi di salute legati alla fatica fisica e all’utilizzo di prodotti chimici altamente tossici nelle piantagioni di olio di palma. Senza tralasciare altri danni respiratori legati all’inquinamento degli incidenti boschivi.

Non esistono dispositivi di sicurezza e sono costretti a dover raggiungere obiettivi altissimi nel minor tempo possibile, utilizzando attrezzature manuali pesanti che lasciano un significativo dolore fisico. Sono controllati a vista e sanzionati se raccolgono frutti di palma da terra.

“Wilmar pur avendo preso coscienza delle condizioni dei suoi lavoratori, non ha ancora attuato nessun tipo di cambiamento. E se pensiamo che anche l’ente certificatore dell’olio di palma non è propriamente pulito, capiamo che il sistema è malato”, continua.

Il rapporto spiega chiaramente che le aziende utilizzano la certificazione di sostenibilità RSPO per fare da scudo ai controlli.

“Nessuna delle società che Amnesty International ha contattato ha negato che gli abusi erano ci sono ma allo stesso tempo non vengono forniti esempi di azioni intraprese per affrontare la violazione dei diritti umani. I consumatori devono sapere da dove vengono i loro prodotti, se sono frutto di sfruttamento o meno”, Seema Joshi di Amesty International.

Dominella Trunfio – GreenMe

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